PROGRAMMA ELETTORALE
Versione Integrale

 

Didattica

A più di quattro anni dall'approvazione della riforma universitaria e dopo che in tutti gli Atenei stanno giungendo a termine i primi cicli di lauree triennali, è opportuno e necessario fare un primo bilancio dell'esperienza del 3+2 in Italia.
Valutando la situazione, posiamo tranquillamente affermare che il nuovo modello universitario ha deluso le aspettative. Ciò non è dovuto, a nostro parere, alla struttura 3+2 con cui il Dm 509/99 ha riformato l'ordinamento didattico delle nostre Università, ma principalmente a due fattori: la scorretta applicazione della Riforma da parte dei singoli Atenei e, cosa ancora più grave ed importante, la totale assenza di un'azione di controllo e di indirizzo da parte del Ministero dell'Università.
Da queste constatazioni e dalla necessità di risolvere detti problemi alla radice deve partire la riflessione di chi, come noi, intende lavorare per un'Università migliore, più giusta e aperta a tutti.


I perché di una Riforma

La Riforma dell'Università fu un processo lungo e complesso, portato a termine con l'emanazione del Dm 509 del 1999 dall'allora Ministro dell'Università Ortensio Zecchino.
Le ragioni di quella Riforma erano profonde e avevano le loro radici in una struttura sociale del nostro Paese che aveva subito profondi cambiamenti.
Il sistema universitario pre-riforma, infatti, era sostanzialmente concepito per fornire conoscenze e competenze ad una elite, mentre i cambiamenti sociali e culturali succedutisi in Italia negli ultimi anni avevano reso l'Università un luogo sempre più di massa. La crescita esponenziale delle immatricolazioni aveva, così, portato un università pensata per 30.000 studenti a doverne ospitare più di 300.000.
Il percorso universitario, così come era concepito, partiva dal presupposto che gli studenti fossero in possesso di nozioni e concetti di base che, in realtà, il mondo dell'istruzione superiore non sempre era in grado di fornire. Ciò generava, chiaramente, un allungamento enorme dei tempi di laurea da parte di studenti che avevano difficoltà ad adeguarsi alle richieste di quel modello didattico e l'odioso fenomeno della dispersione universitaria.
Oltre alla necessità di rivedere la struttura eccessivamente elitaria della vecchia Università, c'erano molti altri fattori che spinsero il legislatore a questa scelta. Primo tra tutte quello di adeguarci agli standard europei: era evidente infatti che il sistema universitario italiano, basato su un periodo di studio di durata quadriennale, costituiva un'anomalia nel panorama europeo, che invece vedeva quasi ovunque l'utilizzo del modello del 3+2. A causa di questa anomalia, quindi, era difficile per i nostri studenti far riconoscere il proprio titolo di studio all'estero, limitando così fortemente la loro mobilità internazionale.
Bisogna inoltre aggiungere che il vecchio ordinamento didattico non era più in grado di produrre una gamma di laureti in grado di soddisfare a pieno le richieste provenienti dal mondo del lavoro. Di fronte ad una domanda di laureati che negli ultimi anni, infatti, si rendeva sempre più differenziata, le Università si dimostravano incapaci di offrire figure professionali versatili e in grado di soddisfare le richieste del mondo del lavoro.

Prime valutazioni sull'applicazione della Riforma

I risultati che il nuovo sistema è riuscito ad ottenere sono scarsi e tradiscono gli obiettivi che ci si era prefissati.
Se infatti è vero che il numero delle immatricolazioni nel triennio 2001-2003 è significativamente aumentato, bisogna registrare il fallimento della Riforma sia nel processo di piena internazionalizzazione dei nostri titoli di studio, sia nella definizione di titoli di studio triennali che possano essere chiaramente spendibili sul mercato del lavoro.
Queste carenze non sono, a nostro avviso, da addebitare al modello 3+2 introdotto dalla 509, che infatti viene utilizzato con successo nei maggiori paesi d'Europa e che fu appoggiato anche da Confindustria, ma dai due fattori precedentemente indicati: l'inefficienza del Ministero dell'Università e la scorretta applicazione della Riforma data dai singoli Atenei.
Ci sembra corretto sottolineare, infatti, che il Ministro Moratti ha fatto assolutamente mancare l'azione di controllo e di indirizzo del suo dicastero nella fase più delicata dell'applicazione della Riforma, lasciando le singole Università senza guida e libere di poter interpretare la Riforma come meglio avrebbero creduto. In questo modo si è persa la grande occasione di gestire al meglio questa fase caratterizzata dall'Autonomia dei singoli Atenei.
Le colpe del Ministro, però, non possono scusare gli errori commessi dai singoli Atenei.
La progettazione che tutte le Università hanno fatto delle nuove Lauree triennali, infatti, non ha quasi mai tenuto conto delle esigenze previste dalla Riforma. Si è quindi preferito ricalibrare i vecchi corsi quadriennali su una durata triennale, non rendendosi conto che per creare lauree triennali efficaci sarebbe stata necessaria invece una completa revisione dei programmi e più in generale degli insegnamenti impartiti. Il risultato ultimo di questo processo è stato un numero eccessivo di corsi di Laurea, alcuni dei quali differiscono tra loro per un numero così esiguo di esami che ne renderebbe semplice l'accorpamento.
A causa di ciò, in luogo di Lauree triennali dal contenuto prettamente generalistico, si sono andati definendosi corsi dalla vocazione eccessivamente specialistica, dal basso spessore culturale e dall'impostazione eccessivamente professionalizzante, che nella maggior parte dei casi non sono in grado di offrire un titolo di studio immediatamente spendibile sul mondo del lavoro.
Non si è quindi riusciti a coniugare, nella fase applicativa della Riforma l'esigenza di fornire un'alta formazione culturale con capacità professionali e contenuti specifici.
La progettazione delle Lauree specialistiche ha chiaramente risentito di questo difetto delle Lauree triennali. Esse, infatti, più che offrire allo studente uno spazio di ricerca individuale e di approfondimento dei concetti già imparati nel triennio, rispondono all'esigenza di colmare le lacune delle Lauree di primo livello.
La laurea di secondo livello, infatti, avrebbe la funzione di fornire sia competenze specialistiche, in un ambito disciplinare necessariamente delimitato rispetto al ventaglio di concetti e cognizioni oggetto del percorso triennale, sia un metodo d'analisi e di sintesi che lo studente saprà utilizzare nell'esercizio della professione alla quale si dedicherà. Tuttavia, a causa di Lauree di primo livello incapaci di fornire una preparazione di carattere generale tanto ampia quanto solida, questo ci sembra oggi molto lontano dall'essere vero.
Da queste considerazioni, quindi, emerge chiara l'immagine di un sistema universitario in grave difficoltà e che rischia di implodere nel giro di qualche anno.


Le risposte del Governo ai problemi dell'Università

La necessità di "riformare la Riforma", espressa da più parti negli ultimi tempi, partiva quindi dal bisogno di risolvere i problemi emersi nell'applicazione della stessa.
La risposta che il Ministro Moratti, con l'aiuto del Rettore della Luiss Adriano De Maio, ha dato a queste giuste problematiche con il suo progetto di revisione della Riforma è però ancora peggiore dei problemi appena citati. L'impostazione di fondo del progetto morattiano, infatti, risponde pienamente alle logiche di una certa Destra neo-liberista che vede nel mondo dell'Istruzione unicamente un luogo dove sfornare o manodopera più o meno qualificata (che domani dovrà obbedire agli ordini) oppure manager (che dovranno saperli far eseguire).
Nel dettaglio, il testo prodotto dal Ministero mantiene per l'Università lo schema del 3+2, ma in realtà i cambiamenti che esso prevede sono così radicali da poterci permettere di definirlo con assoluta certezza una vera e proprio Controriforma.
Solo così, infatti, può essere definito il progetto di inserire la cosiddetta struttura ad Y nel triennio. In pratica, dopo solo un anno di università, lo studente dovrebbe essere chiamato a scegliere tra un biennio dove potrebbe procedere nel suo percorso definito metodologico, per poi proseguire alla specializzazione, oppure seguire un biennio totalmente rivolto verso l'acquisizione di competenze professionali, unicamente indirizzato all'ingresso rapido nel mondo del lavoro.
Questa proposta si dimostra chiaramente penalizzante e discriminante per quei ragazzi che, provenendo da famiglie a reddito basso, potrebbero trovare assai più conveniente dedicarsi alla formazione professionale rispetto a continuare quella culturale.
Il nostro giudizio su questo progetto di struttura ad Y è quindi il più negativo possibile. E' assolutamente inaccettabile questo tentativo di reintrodurre il sistema delle scuole di avviamento professionale a livello universitario. Il problema della laurea di primo livello a nostro avviso può essere risolto unicamente attraverso la revisione dell'attuale struttura dei corsi di laurea triennale.
Riteniamo assurdo, inoltre, che dopo solo un anno di università, lo studente debba essere chiamato a scegliere tra due percorsi che ora come ora si configurano chiaramente come alternativi e irreversibili.


Le nostre proposte per un'Università migliore

I problemi del sistema universitario italiano sono molti e vanno affrontati con serietà e coraggio.
Prima di tutto è a nostro avviso fondamentale rivedere la struttura degli attuali corsi di Laurea triennali, ridefinendone i contenuti, le tipologie didattiche e gli obiettivi formativi, al fine di poter creare figure professionali mature già alla fine del triennio. Ciò ci sembra necessario per riuscire a dare un'attuazione di alto profilo alla riforma universitaria, valorizzandone appieno le opportunità.
Una revisione delle Lauree di primo livello dovrebbe dunque muoversi nella direzione di fornire allo studente non solo una solida formazione di base, ma soprattutto un metodo di studio e di analisi critica delle discipline e delle problematiche proposte dai docenti nell'ambito dei diversi insegnamenti impartiti.
Riteniamo, inoltre, di primaria importanza riaffermare che nella nostra visione della Riforma la laurea triennale e quella specialistica si configurano come un percorso unitario e coerente. Bisognerebbe, dunque, garantire a tutti gli studenti che hanno iniziato la propria carriera universitaria con i corsi di Laurea triennale la possibilità di potere procedere con quella specialistica; a tal fine sarà fondamentale evitare che studenti iscritti ad un corso di laurea possano non avere un corso di laurea specialistica cui potere accedere direttamente e senza debiti.
Gli strumenti del master universitario, colpevolmente sottovalutato finora e ancor più colpevolmente eliminato dall'ultimo progetto di riforma del Dm 509, e quello dei tirocini dovrebbero a nostro avviso essere rivisti e potenziati. Percorrendo questa strada, infatti, si potrebbe fornire agli studenti la possibilità di apprendere capacità e competenze professionali che troppo spesso non sono adeguatamente fornite dall'offerta formativa delle nostre Università.
Sulla questione dell'accesso ai corsi di laurea non possiamo abbandonarci a scelte ideologiche di chiusura verso una limitazione dello stesso a determinate facoltà. L'accesso limitato può rappresentare, se usato con raziocinio, uno strumento di garanzia per gli studenti che si iscrivono a corsi di laurea che richiedano una partecipazione diretta e imprenscindibile degli studenti alla didattica e alla ricerca d'aula, nonché a laboratori, stages, corsi di perfezionamento obbligatori e via discorrendo. In questi casi tale strumento è appunto una garanzia per gli studenti di poter effettuare effettivamente le attività previste dal piano di studi e necessarie per una reale formazione che permetta loro di acquisire un titolo di studio effettivamente spendibile nel mercato del lavoro. Il numero chiuso, quindi, dovrebbe essere utilizzato solo in casi che effettivamente lo richiedano, non per mascherare la costruzione di lobby o la creazione di spesso paventate quanto inutili eccellenze.
Per quanto riguarda in particolare le lauree specialistiche, deve essere garantita la possibilità di percorrere senza inutili ostacoli il percorso previsto dal 3+2. Riteniamo infatti che siano da bocciare senza appello i progetti di quelle Università che stanno programmando ulteriori forme di selezione per le Lauree specialistiche: siamo assolutamente convinti che il conseguimento della Laurea di primo livello sia il solo parametro necessario per giudicare l'adeguatezza della personale preparazione di uno studente.

Come studenti universitari di Milano e come rappresentanti degli studenti ci battiamo ogni giorno per tutto questo, consci del fatto che il nostro Paese non ha futuro senza sapere.
Un sapere che deve essere libero, aperto a tutti e capace di poter formare non solo figure professionali mature, ma anche individui dotati di spirito critico e di una loro personale visione del mondo e dei suoi problemi.

DIRITTO ALLO STUDIO

Il DIRITTO ALLO STUDIO per la costituzione è la possibilità che deve essere garantita a tutti di poter portare a termine gli studi anche attraverso interventi di provvidenza come borse di studio o assegni alle famiglie. Per noi il diritto allo studio non è solo questo è anche la necessità di avere una università a misura di studente, con una didattica opportunamente organizzata per il nuovo ordinamento, con modalità di apprendimento specifiche per gli studenti lavoratori, con strutture di accoglienza moderne e diffuse, con acceso alle lauree specialistiche di continuità senza sbarramenti e con tasse delle specialistiche di importo simile a quelle del primo livello.
Tutto questo rientra in un unico schema di diritti dello studente che in un momento di generale difficoltà per l'istruzione italiana deve servire da punto di partenza per un futuro più roseo.

NUOVI LAVORATORI

Cosa è accaduto alla vecchia "serale"? Forse tra i tanti problemi è passato in secondo piano, ma stanno scomparendo totalmente dei corsi studiati appositamente per gli studenti lavoratori. In questo caso non si parla di chi svolge lavori part-time o stagionali, ma di tutti quei giovani che avrebbero voglia di continuare gli studi pur essendo ormai totalmente assorbiti dal mondo lavorativo. L'antico modello, con lezioni nella fascia pre-serale, è ormai superato e anche le poche università che lo mantengono vedono i corsi sempre più deserti. Il concetto di formazione permanente sarà però alla base della società futura e per come pensata è già insito anche nella riforma 509. Dopo la laurea triennale, assunte conoscenze di base, dovrebbe essere possibile accedere alla professione, ma in seguito arricchiti dall'esperienza lavorativa le università dovrebbero agevolare il rientro nel mondo accademico per il completamento della propria preparazione. Ciò potrebbe però restare una chimera se non si prenderanno specifici provvedimenti.
Riteniamo che le università debbano prevedere l'iscrizione a crediti, formula che consente ai lavoratori (e non solo a loro) di pagare tasse proporzionali ai corsi seguiti, così che il percorso formativo possa essere portato a termine in tempi dilazionati senza costi aggiuntivi e disincentivanti.
I corsi del nuovo ordinamento devono avere materiale didattico adeguato e strutturato sulle nuove modalità di insegnamento. Sarebbe così effettivamente possibile seguire la didattica anche senza la necessità di presenziare con costanza alle lezioni. Per i corsi di base non sono da trascurare l'utilizzo e la pubblicizzazione dei corsi proposti dal consorzio Nettuno un'associazione senza fini di lucro che trasmette sui canali RAI (in notturna) o attraverso web.
Nella finanziaria 2004 si fa esplicito riferimento alle formule di apprendimento a distanza legate alla creazione delle "lauree on-line". Si ipotizza per altro la nascita di appositi atenei che forniscano solo questo tipo di didattica. Riteniamo che l'apprendimento a distanza sia per forza di cose meno valido rispetto a quello in presenza, ma pensiamo anche che questa forma di didattica possa prendere sempre più campo per l'adattabilità ai tempi di apprendimento dei lavoratori e per la possibilità di giungere facilmente a tutti i giovani. Chiediamo che i maggiori atenei si impegnino nel gestire il processo di formazione della didattica a distanza perché il futuro di molti giovani non sia messo nelle mani di università-aziende nate in fretta e furia per approfittare dell'occasione di guadagno (i costi di una laurea on-line sono ad oggi molto maggiori rispetto alle tradizionali). Chiediamo anche al ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca (MIUR) di creare un rete di controlli e verifiche tali da garantire l'effettiva qualità dei nuovi corsi, anche e soprattutto perché nel futuro non ci sarà differenza di titolo tra vecchi laureti e laureati telematici.
Chiediamo infine che nei nuovi contratti di lavoro siano sempre contemplati quei diritti legati all'istruzione quali la possibilità di astenersi dal lavoro negli orari di svolgimento degli esami.

LE DIFFICOLTA' ECONOMICHE

Non ci sono però solo i problemi legati al tempo. Purtroppo rimane il grosso ostacolo delle difficoltà economiche. I costi sono, per tutti, legati alle tasse e alle spese didattiche, ma per molti, soprattutto qui a Milano e nelle grandi città, anche al pendolarismo e alla vita da fuorisede. In questo senso il nostro interesse è catalizzato dalle tematiche più classiche del "diritto allo studio" : borse, esoneri, case di accoglienza, mense…
Con la messa in moto della macchina "lauree specialistiche" da più parti è arrivata immediata la proposta di innalzare in maniera sostanziale la retta per il secondo livello. Riteniamo che questa idea non abbia ragione di esistere visto che almeno per quanto evidenziato dalle prime sperimentazioni non esistono costi aggiuntivi per le strutture accademiche. Ripetiamo il concetto che l'eccellenza di un corso non è data né dal numero di studenti che dal corso di studi vengono esclusi né dai contributi necessari per l'iscrizione. L'innalzamento delle tasse può essere giustificato solo da una radicale modifica della didattica (più laboratori, più tutor, più computer…) che potrà innescare un circolo virtuoso.
Il problema della casa è annoso ma sta peggiorando giorno dopo giorno. I prezzi sono alle stelle, la mancanza di regolari contratti anche. Proponiamo di creare in collaborazione con le università dei portali internet in cui i proprietari, ma anche gli studenti possano inserire i propri annunci così che con una semplice identificazione sia possibile per gli studenti dell'ateneo consultare tutte le offerte di un libero mercato. Oltre a regole chiare di affitto e alla rapidità questo sito permetterebbe di risparmiare il costo dell'agenzia che equivale ad almeno un paio di mensilità. D'altro canto non possiamo dimenticare le case dello studente che se ben strutturate oltre a rappresentare un importante aiuto per i fuorisede, devono diventare luogo di aggregazione e di cultura oltre che alberghi-dormitori.
Per ciò che riguarda le spese per la didattica dobbiamo impegnarci affinché le biblioteche universitarie aumentino i libri in loro dotazione, ma soprattutto perché aggiornino i testi con quelli che sono diventati i manuali di riferimento per i corsi del nuovo ordinamento. Si sottolinea la necessità che tutte le biblioteche offrano un servizio prestiti e che non siano solo sale di consultazione.

GLI INTERVENTI DELLA REGIONE

Dobbiamo purtroppo parlare anche degli interventi che nel senso del "diritto allo studio" sono stati addottati o pensati da questo governo a partire dal livello locale sino a quello nazionale.
Il progetto di riforma regionale degli ISU è in via di approvazione e non trapelano buone notizie. La gestione dei servizi era necessariamente da razionalizzare, al fine di ridurre i costi di erogazione fino ad oggi appesantititi dalle spese per il personale dirigente. La Regione Lombardia ha proposto di eliminare gli ISU, sostituirli con un agenzia regionale per il diritto allo studio e emettere dei buoni (i vaucher), da distribuire agli studenti, che potranno essere spesi in strutture convenzionate (dalle mense, alle "case").
Nasce una serie di problemi: che ruolo avranno le rappresentanze studentesche nella nuova agenzia? Quali sono le previsioni economiche per il nuovo modello? Quali saranno i criteri per accreditare i gestori di servizi?
Si è discusso a lungo della presenza di studenti all'interno del nuovo organismo decisionale per il diritto allo studio e purtroppo è stata avanzata l'ipotesi che la presenza dei rappresentanti sia relegata ad un ruolo secondario in commissioni e organismi inferiori. Riteniamo questa idea inaccettabile in quanto il lavoro dei nostri predecessori all'interno dei vecchi ISU è stato spesso fondamentale sia in funzione propositiva sia come legame tra gli amministratori e i "consumatori". Senza un punto di riferimento in grado di esprimere la propria voce tutte le idee e le rimostranze degli studenti andrebbero perse e l'agenzia si trasformerebbe ben presto in una azienda con unico obiettivo la buona chiusura del bilancio annuale.
Per ciò che concerne le certificazioni riteniamo che l'accreditamento possa creare una situazione simile a quella in vigore per la sanità. Temiamo che questo modello prospettato dalla regione nasconda la volontà di favorire dal punto di vista economico associazioni che hanno da sempre investito negli alloggi per studenti di tipo privato. Prima fra tutte è sicuramente " Comunione e Liberazione" (CL) cui, come noto, appartiene anche il presidente Formigoni. Quello che realmente interessa è comunque sapere se questi vantaggi andrebbero a scapito degli studenti. Noi riteniamo di sì, perché nonostante il tanto declamato principio per cui il libero mercato porta ad un abbassamento dei costi, in questo caso ciò che ha permesso agli ISU di fornire servizi a basso costo è stata la possibilità di conoscere in anticipo la quantità di servizi da erogare durante l'anno accademico. In un sistema concorrenziale le nuove strutture perderanno questa possibilità e come logica conseguenza è presumibile un innalzamento dei costi delle prestazioni.
Chiediamo pertanto che venga permesso agli studenti di partecipare ai momenti costruttivi e decisionali del percorso di riforma così che possano davvero essere chiariti i punti critici sopra esposti.

IL DPCM SUL DIRITTO ALLO STUDIO

Su scala nazionale la nostra preoccupazione riguarda la visione che il ministero sembra avere del diritto allo studio. Appare infatti evidente come gli interventi assistenziali si stiano trasformando in meccanismi che vanno a premiare sì chi è in difficoltà economiche, ma solo se molto bravo e molto in difficoltà. Bisogna sottolineare che il governo fornisce dei livelli minimi, ma è chiaro che rappresentano una indicazione fondamentale per tutte le regioni. Ricordiamo che il nostro paese il numero di idonei è molo inferiore a quello auspicabile e che quindi lo scopo del governo dovrebbe essere quello di aumentarlo e non ridurlo ulteriormente.
La fascia di idoneità è scesa dalla banda 12000/16000 euro annui a 10500/15000 fatto di per sé grave, ma ulteriormente appesantito dalle condizioni economiche generali del paese. I semestri di assegnazione della borsa sono fissato per la laurea di primo livello in sei con la conseguenza che solo chi sarà perfettamente in linea con i tempi (neanche 5 crediti indietro) potrà usufruire per tutta il periodo di studi della borsa. Anche in questo caso il DPCM ha abbassato il livello visto che in precedenza la borsa era assegnata per 7 semestri durata che noi riteniamo ottimale perché non disincentiva allo studio (come potrebbe accadere per periodi maggiori) e nel contempo lascia la flessibilità necessaria in questo periodo difficile anche per la didattica degli atenei.
Crediamo che la valutazione comparativa all'interno dei singoli corsi di studio possa rappresentare una buona novità, a patto che si consideri anche (come suggerito anche dai membri del CNSU in carica) un termine riferito ai crediti, così che non si perda l'importanza della velocità del percorso di studi. L'assegnazione di premi agli studenti più meritevoli è di per sé una idea ottima, ma a nostro avviso non applicabile sino a che il numero il numero degli idonei sarà inferiore al numero degli assegnatari. In questo senso riteniamo sbagliato premiare le regioni che hanno un alto numero di idonei, perché i ragionamenti devono sempre essere condotti sulla quantità dei reali beneficiari.
Chiudiamo infine ribadendo che uno dei mezzi più efficaci per meglio distribuire le risorse, sarebbe quello di effettuare controlli sulla veridicità delle dichiarazioni. Il DPCM si propone di farlo attraverso nuovi sistemi e noi proponiamo che venga ripristinata la percentuale del 40% di verifiche sul totale, che era programmata nel precedente documento